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Parkinson, il sangue può svelare la malattia prima dei sintomi

Nuovi studi mostrano che il Parkinson può essere individuato dal sangue molti anni prima dei sintomi motori

Parkinson, il sangue può svelare la malattia prima dei sintomi

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Biomarcatori precoci e machine learning aprono nuove prospettive per la diagnosi anticipata del Parkinson

Il morbo di Parkinson è spesso diagnosticato quando i segnali più evidenti, come i disturbi motori, sono già presenti. Ma la ricerca scientifica sta mostrando che la malattia inizia molto prima, in una fase silenziosa che può durare anni. Nuovi studi indicano che proprio il sangue potrebbe custodire indizi preziosi per riconoscere il Parkinson in anticipo, quando il cervello non è ancora gravemente compromesso.

Segnali invisibili che precedono i sintomi

Secondo una ricerca pubblicata su npj Parkinson’s Disease, i primi cambiamenti biologici legati al Parkinson lasciano tracce misurabili nel sangue molto prima della comparsa dei sintomi clinici. Lo studio, condotto dalla Chalmers University of Technology in collaborazione con l’Oslo University Hospital, ha individuato biomarcatori associati a processi cellulari estremamente precoci della malattia.

Chi ha guidato la ricerca

Il lavoro è stato coordinato dalla professoressa associata Annikka Polster del Dipartimento di Life Sciences di Chalmers, con Danish Anwer, dottorando dello stesso ateneo, come primo autore. Il team ha analizzato come, nelle fasi iniziali del Parkinson, l’organismo attivi temporaneamente meccanismi di difesa, come la riparazione del DNA e la risposta allo stress cellulare.

Una fase che può iniziare decenni prima

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio è il fattore tempo. Questi processi biologici possono manifestarsi anche 15 o 20 anni prima dei primi segnali motori. Durante questa lunga fase iniziale, il corpo sembra tentare di compensare i danni in corso, lasciando però segni che restano visibili nel sangue solo per un periodo limitato.

Perché la diagnosi precoce è cruciale

“Quando compaiono i sintomi motori, una percentuale compresa tra il 50 e l’80% delle cellule nervose coinvolte è spesso già danneggiata”, spiega Danish Anwer. Individuare la malattia prima di questo punto rappresenta quindi una condizione essenziale per poter intervenire in modo efficace e rallentarne l’evoluzione.

Machine learning e profili genetici

Grazie a tecniche di machine learning, i ricercatori hanno identificato un profilo specifico di attività genica legato a queste risposte cellulari precoci. Questo profilo è risultato presente solo nelle persone nella fase prodromica del Parkinson, assente sia nei soggetti sani sia in chi ha già ricevuto una diagnosi conclamata.

Una finestra biologica da non perdere

Secondo Annikka Polster, il concetto chiave emerso dallo studio è quello di una vera e propria “finestra di opportunità biologica”. I segnali individuati compaiono solo all’inizio della malattia e tendono a scomparire con il suo avanzare. Proprio per questo diventano strumenti fondamentali non solo per anticipare la diagnosi, ma anche per comprendere quali meccanismi cellulari colpire con future terapie.

Test del sangue e nuove prospettive terapeutiche

A differenza di altre metodologie, come l’imaging cerebrale o l’analisi del liquido cerebrospinale, questi biomarcatori sono rilevabili nel sangue. Questo apre la strada a test meno invasivi, più semplici e potenzialmente accessibili su larga scala. I ricercatori ipotizzano che entro cinque anni possano partire le prime sperimentazioni di test ematici nei sistemi sanitari, con possibili ricadute anche sullo sviluppo di nuovi farmaci o sul riutilizzo mirato di molecole già esistenti.


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03 Febbraio 2026
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